Qualcosa di familiare

È uno spazio bianco, vuoto, ciò che è affiorato mentre nel corso degli anni scorsi ho tracciato le linee della parte materna del genogramma della mia famiglia.
Il cognome di mia nonna è inventato. Secondo le testimonianze disponibili nasce nel 1903 da una ragazza madre che, per imposizione di sua madre, cioè della mia trisavola, viene costretta ad abbandonare la bambina in ospedale e a non riconoscerla.
Adottata da una famiglia di un paese non lontano da quello di nascita, ultima arrivata in una famiglia già numerosa, mia nonna cresce donna dal carattere deciso, pragmatico e caparbio, si sposa ed ha cinque figli, ultima mia madre.
Le ho immaginate così, le figure femminili della mia storia, insieme a quella del mio bisnonno biologico, del quale non si hanno informazioni.
Segreti familiari a cui cerco di dare fisionomie e al contempo di togliere peso, affidando loro sembianze, luci e forme attraverso la fotografia. Restituire ai miei antenati i presupposti delle loro singole identità, nel tentativo di far rivivere attraverso il mezzo fotografico contesti, valori e situazioni.
Immaginare, immedesimarmi, ricostruire, ripristinare una trasmissione interrotta, quasi come per verbalizzare un “non detto”.
Tornare negli stessi luoghi in cui le tracce si perdono, in compagnia della mia macchina fotografica, solamente in ascolto di sensazioni.
Un continuum che si snoda tra scene immaginate o sognate. Tentare di liberare un’energia intrappolata, sentirsi parte attiva di un nuovo equilibrio tra debiti e crediti.

 

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Something familiar

It’s a white, empty space, what emerged  while in the past few years I have traced the lines of the maternal part of the genogram of my family.
My grandmother’s surname was invented. According to available evidence, it is born in 1903 of a single woman who is forced by her mother, that is to say my great-great-grandmother, to abandon the baby in the hospital and to disown her.
The baby-girl is adopted by a family living not far from that of birth, and my grandmother is the last one arrived in an already large family. She grows a strong- willed, pragmatic and stubborn woman, she marries and becomes mother of five, being my mother the youngest among them.
This his how I imagined the women in my story, along with the figure of my biological great-grandfather, about whom no information is available.
I try to give physiognomies to these family secrets and to remove weight from them as well, entrusting appearances, lights and forms to them through photography. Returning back  to my ancestors the assumptions of their individual identities, in an attempt to revive contexts, values ​​and situations.  Imagining, identifying, reconstructing, restoring an interrupted transmission, almost like verbalizing something “unsaid”.
This was made going back  with my camera to the same places where the tracks are lost, listening to sensations only.
A continuum that winds through imagined or dreamed scenes. Trying to release energy, feeling an active part of a new balance between debts and credits.