mira-mare

Mira-mare: il nome di un lavoro che ha il sapore di uno stabilimento balneare degli anni 60, un nome che sa di ombrelloni, di sabbia che scotta, di costumi a righe, di Rimini e di quelle vacanze un po’ retro, con le partenze intelligenti e il portapacchi pieno sulla 127.
In realtà nello stabilimento virtuale di Ilaria di sabbia non ce n’è, e nessuno ha il coraggio o la voglia di bagnarsi davvero, nelle acque dell’Esistenza: si preferisce la confortante rigidità del cemento o la dura fermezza degli scogli all’imprevedibilità mutevole delle maree.
Fermi nel momento di tuffarsi solo due ragazzini. Gli unici adulti che si avvicinano all’acqua dell’ignoto lo fanno corazzati dalla muta degli anni, ben protetti dalle delusioni dagli scafandri che non hanno mancato di portare con sé.
Mira-mare è fatto di contrasti: i pochi che “ammirano” davvero il mare lo fanno con malinconia, e sembrano isolati, staccati dal contesto.
Tutti gli altri sono affaccendati in altro: la contemplazione e la meditazione sull’Esistenza non sono più il regalo della saggezza, ma diventano l’eccezione e solo l’innocenza, ancora non plasmata dai dolori degli anni, si tuffa di testa. Unici sprazzi di reale vitalità nel bianco e nero di tutto il lavoro. Per tutti gli altri, ormai cresciuti, rimangono la pigra stasi, le carte o i libri.

Fabiana Rosa