Argo

“Ivi il buon cane,

Di turpi zecche pien, corcato stava.

Com’egli vide il suo signor piu’ presso,

E benche’ tra que’ cenci, il riconobbe,

Squasso’ la coda festeggiando, ed ambe

Le orecchie, che drizzate avea da prima,

Cader lascio’: ma incontro al suo signore

Muover, siccome un di’, gli fu disdetto.

Ulisse, riguardatolo, s’asterse

Con man furtiva dalla guancia il pianto,

Celandosi da Eumeo, cui disse tosto:

“Eumeo, quale stupor! Nel fimo giace

Cotesto, che a me par cane si’ bello.

Ma non so se del pari ei fu veloce,

O nulla valse, come quei da mensa,

Cui nutron per bellezza i lor padroni”.

Odissea libro XVII, versi 290-329